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Le crisi psicosociali

Freud intendeva le tappe dello sviluppo psichico in senso topologico, epigenetico [1] e pulsionale, attraverso i famosi passaggi per “fase”: orale, anale, fallica, genitale.

In ogni fase, le “conquiste” biologiche (pulsionali) dettate dai naturali fattori di crescita andavano a incrociarsi con l’acquisizione delle qualità invece psicologiche, evidentemente dipendenti dalla capacità dei caregivers di creare un ambiente umano adatto allo sviluppo e al soddisfacimento di quelle necessità pulsionali che passano, concentrandosi, sulle diverse “zone erogene” (bocca, ano, genitali). In tal senso, si configura un processo spontaneo ma delicato e faticoso, caratterizzato dalla correlazione tra più variabili. Se il processo va a buon fine si alimenta uno sviluppo sano e una personalità in grado di affrontare in modo maturo sfide relazionali sempre più complesse; in caso contrario, lo sviluppo della personalità è bloccato in punti di “fissazione” caratteriali che nell’età adulta rigurgitano attraverso sintomi di tipo nevrotico o, anche, psicotico. Più in generale, il pensiero di Freud faceva da eco all’impostazione neuroscientifica di fine ‘800, sempre alla ricerca di una sorta di mappatura del cervello che consentisse di individuare le sue specifiche zone di funzionamento. Ma nel descrivere le tappe evolutive nel nuovo millennio credo sia più agevole intendere questi passaggi come fece verso la metà degli anni Sessanta dello scorso secolo lo psicoanalista americano Eric Erikson, in termini cioè di “crisi psicosociali”, momenti conflittuali (fanciullezza, pubertà, adolescenza, età adulta, età senile) che si risolvono con esiti più o meno adattativi e che ci accompagnano dall’inizio della vita fino alla sua fine, la morte. La teoria di Erikson sovradeterminava l’importanza di un’impostazione evolutiva costruita contemporaneamente sull’analisi del livello “normale” e del livello “patologico” di sviluppo psichico. L’adattamento è definito dall’attitudine a superare le crisi psicosociali e richiede un “ambiente fondamentale” (quale può essere la diade madre/bambino nella dimensione del maternage) e una serie di ambienti “sociali” più o meno “prevedibili” (famiglia allargata, gruppo dei pari, amici ecc.). Così inteso, lo sviluppo è una questione di cicli vitali compresi all’interno della mutevole storia della comunità in cui il soggetto è inserito. La definizione di crisi ha una valenza strettamente evolutiva ma molto “umana” e suggerisce non tanto l’idea del pericolo di una catastrofe quanto un’esperienza di cambiamento, di un periodo cruciale di accresciuta vulnerabilità e, al contempo, di rafforzata potenzialità. Da questi presupposti, qualsiasi crisi può essere evolutivamente “normale” e non patologica. É possibile quindi collegare questo concetto al significato letterale del termine e disinnescare alcune delle accezioni negative attribuite di default. Il termine greco dal quale deriva (krinein) significa, infatti, “decidere”, “giudicare” e, in senso più allargato, “possibilità di scelta”. Pertanto, la “crisi” può essere intesa come un’occasione per “scegliere” e una potenziale opportunità di cambiamento. Idealmente, le crisi dovrebbero essere risolte all’interno dello specifico stadio in cui si manifestano, affinché lo sviluppo proceda “correttamente” e in modo sufficientemente “adattativo” (anche se i risultati di ciascuno stadio non sono permanenti, ma possono essere modificati da esperienze future). L’individuo, quindi, assume un insieme di tratti “personali” derivati dalle esperienze compiute, per cui lo sviluppo, nel complesso, è considerato in modo positivo se nel soggetto si ha una predominanza dei tratti “buoni” (adattativi) rispetto a quelli “cattivi” (disadattativi). La “crisi” rappresenta un “momento” o un “evento” che può avere diversi esiti e la sua valenza (come evento positivo o negativo) dipende da un complesso campo esperienziale in cui si articolano: 1) l’evento caratterizzante, 2) le risorse di cui dispone il soggetto e 3) il sostegno offerto dall’ambiente. Nell’evoluzione fisica e psichica, l’essere umano acquisisce le capacità per poter far fronte ai compiti esistenziali, cioè ad un insieme di scelte e di prove che sono dettate dal contesto socio/culturale. Per queste ragioni: 1) ogni nuovo compito esistenziale comporta una crisi il cui esito può corrispondere a un progresso o ad un fattore di aggravamento nelle crisi future, 2) ogni crisi prepara la successiva e 3) ogni crisi concorre alla costruzione della personalità adulta. L’avvento e la soluzione della crisi dipendono in parte da fattori psicobiologici (che assicurano la base per un sentimento coerente di vitalità) e in parte da fattori psicosociali (che possono “culturalmente” prolungare il conflitto). Nelle relazioni e nel bisogno di identificazione sociale gli individui sperimentano i sistemi di pensiero e di valori che possono curare o aggravare i loro problemi d’identità. La parte sociale della crisi deve essere elaborata all’interno della sfera comunitaria in cui l’individuo è inserito e in cui trova se stesso. La natura del conflitto d’identità risulta quindi legata al periodo storico in cui avviene ed è specificatamente connessa alle promesse sociali o al panico latente nella società: periodi storici “critici” possono portare all’esperienza di una identità “vuota”, altri, all’opposto, ad un rinnovamento collettivo. Ogni grado del ciclo della vita presenta dei “compiti esistenziali” sempre nuovi, cioè una serie di problematiche esperienziali e di scelte che sono “definite” dai gruppi sociali in modo tradizionale. All’interno del processo esistenziale, l’individuo può riconoscere e sviluppare un elenco di forze che scaturiscono dal ciclo della vita in evoluzione. Ognuna di queste forze contribuisce alla risoluzione delle varie crisi di crescita e ogni decisione coinvolge la dimensione psicologica e la dimensione sociale del singolo. Le potenzialità insite nella natura umana si presentano quindi come forze dell’Io, nell’accezione ed in qualità di “virtù”[2]che hanno come negativo la “debolezza”, reificata in termini sociali attraverso una costellazione sintomatologica definita da “disordine”, “disfunzioni”, “disintegrazione”, “anomia”. In tal senso, più o meno consapevolmente, ogni persona affronta una scelta tra due modi di risolvere la crisi, uno adattivo e l’altro no. Solo quando ciascuna crisi è risolta, con il conseguente cambiamento che determina un nuovo assetto di personalità, il soggetto avrà sufficiente forza per affrontare il successivo stadio di sviluppo.

[1]Termine che si riferisce ai cambiamenti che influenzano il fenotipo senza alterare il genotipo, ossia, in psicologia, al fatto che l’evoluzione biologica procede attraverso passaggi biologici pre-determinati a prescindere dai destini esistenziali.

[2]“In latino “virtù” significa “virilità”, che a sua volta suggerisce la combinazione di forza, controllo e coraggio […] nell’antico inglese iessa voleva dire forza intrinseca o qualità attiva e veniva usata, per esempio, per definire l’invariata efficacia di farmaci o liquori ben conservati” (Erikson, E., 1963).

A cura del dott. Vincenzo De Blasi

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“Attraverso lo specchio”: i disturbi dell’Immagine Corporea

Negli ultimi decenni, l’interesse nei confronti dell’immagine corporea come dimensione psicologica  è notevolmente aumentato, in particolar modo grazie al progredire di tecniche mediche, che rendono possibili trasformazioni corporee profonde. Il confronto col proprio Sé “allo specchio”, diviene, però, sempre più spesso, nella società moderna, un’esperienza carica di sofferenza.

Sebbene l’origine del disagio non risieda nel corpo, ci si convince che la sua modificazione estetica rappresenti una soluzione a profonde angosce interiori. Il disturbo alimentare, così come la dismorfofobia possono inserirsi in questa ricerca di senso, in cui la possibilità di corrispondere ad un ideale estetico rigido, conformistico ed  irraggiungibile sembra l’unica risposta al dolore psichico.E’ quindi importante riflettere sui processi psicologici alla base del bisogno di migliorare il proprio aspetto, spesso a scapito di un complessivo benessere psicofisico, oltre che interrogarci sul concetto d’ immagine corporea, sulla sua evoluzione nell’arco vitale e  sui disturbi ad essa legati.

Origine del concetto d’immagine corporea e sua definizione

Lo sviluppo delle rappresentazioni corporee costituisce un campo di grande interesse in ambito scientifico. In particolare gli studi relativi alla distorsione dell’immagine corporea hanno preso a svilupparsi negli ultimi decenni grazie anche all’ incremento del ricorso alla chirurgia plastica ed estetica ed all’aumento dei disturbi del comportamento alimentare.

L’interesse scientifico per le rappresentazioni corporee nacque nel XVI° secolo con la prima descrizione dell’arto fantasma da parte del chirurgo Ambroise Parè.[1] In tale epoca si osservò ed iniziò a studiare il fenomeno secondo cui, individui che avevano subito amputazioni a causa di incidenti o per ferite di guerra , continuavano a provare dolore nel punto di amputazione nonostante l’arto non esistesse più. Ciò rimanda al concetto di Homunculus, la raffigurazione cerebrale dei recettori nervosi del nostro corpo a livello corticale, la cui mappatura ha la forma del corpo umano capovolto, rappresentato non in proporzione alla superficie della pelle ma della densità di innervazione sensoriale. Da ciò deriva la persistenza di impulsi a livello cerebrale corrispondente ad arti non più esistenti, per un periodo variabile a seconda degli individui.

Gli studi legati alle rappresentazioni corporee sono rimasti relegati all’ambito medico per molti anni e si sono riferiti al concetto di schema corporeo, elaborato da Bonnier nei primi del ‘900, che implicava una rappresentazione di tipo percettivo del corpo nella sua interezza, in particolar modo relativa alle dimensioni ed al movimento dello stesso nello spazio.

Esso si determina comparando ed integrando a livello corticale le passate esperienze sensoriali (posturali, tattili, cinestesiche ) con le percezioni attuali, così come osservato da Head e Holmes nel 1911. Tale schema è del tutto inconsapevole e si modifica con la crescita fisica e con l’esperienza motoria.  Solo intorno alla metà del secolo scorso Schilder, psicologo e medico statunitense, di origini austriache, introduce il concetto di Immagine Corporea, distinguendolo finalmente da quello di schema corporeo ed inserendo nella sua definizione la dimensione psicologica del vissuto soggettivo emozionale che la rappresentazione del proprio corpo suscita nell’individuo.

Ciò ha reso necessaria la distinzione tra i due concetti poiché in ambito psicopatologico sono più presenti elementi di conflittualità con le proprie immagini corporee mentre lo schema corporeo ha connotazioni prettamente somatiche e neurologiche.

Tornando a Schilder, s’intende per Immagine Corporea: “ Il quadro mentale che ci facciamo del nostro corpo, il modo in cui esso appare a noi stessi”.[2]

L’immagine del corpo include aspetti non tanto percettivo-spaziali (riferibili allo schema corporeo)  bensì emotivi, cognitivi ed affettivi.

Essa è strettamente legata al mondo emotivo interno, alle relazioni con figure significative ed alla storia personale. E’ mutevole nel tempo, si genera e si organizza sul piano sensoriale, immaginario e ideativo. Ha una componente consapevole a differenza dello schema corporeo e può essere parziale , ovvero riferibili a parti del corpo, mentre lo schema è globale.

Gli autori che in ambito psicodinamico hanno fornito un contributo fondamentale allo studio di tale dimensione ed allo sviluppo di problematiche psicopatologiche ad essa legate sono Fischer e Cleveland, che nel 1968, introducono il concetto di “body distortion”[3] (ideando inoltre un test per indagare questa dimensione) collegando la costruzione di una buona immagine corporea ad efficaci ed empatiche cure parentali.

Evoluzione nel ciclo vitale

 Oltre agli studi relativi a quella che Lacan definisce “fase dello specchio”, fase evolutiva in cui il bambino, intorno ai 18 mesi, inizia a riconoscersi ed avere una continuità del Sé a partire dalla propria immagine riflessa nello specchio, possiamo affermare che, nella società occidentale, che utilizza standard di  bellezza, legati alla magrezza ed alla perfezione estetica (nonché alla giovinezza come mito cui riferirsi) una buona percentuale dei bambini manifesta un’ insoddisfazione per il proprio corpo (25%). In particolare già intorno ai sei anni molti bambini esprimono insoddisfazione per il proprio peso e molte bambine temono di ingrassare pur essendo normopeso e sottopeso (Smolack, 1996). I maschietti sembrano vivere il periodo dell’infanzia relativamente meglio rispetto alle coetanee. Per i maschietti l’insoddisfazione è legata più al sentirsi troppo piccoli (nella statura prevalentemente).

I sentimenti riguardanti la propria immagine corporea interiorizzati in infanzia si riflettono nei disturbi in adolescenza ed in età adulta. Già intorno agli 11 anni  i bambini valutano la propria immagine attraverso misure che includono elementi caratteristici del volto, capelli, e aspetto globale. Il peso e la forma fisica divengono sempre più importanti man mano che ci si avvicina all’adolescenza. L’immagine corporea può avere una forte influenza sullo sviluppo psicologico ed interpersonale. Soprattutto tra le ragazze dai 12 ai 17 anni, circa il 40-70% delle ragazze è insoddisfatta del proprio corpo. Il disagio riguarda le parti caratterizzate da maggiore tessuto adiposo di origine ormonale, come  fianchi, pancia, natiche, cosce (Smolack e Levine, 1996).

In più tra il 20 ed il 60% degli adolescenti ricorre ad una dieta, per cui l’insoddisfazione per il proprio aspetto e peso sembra essere divenuta una caratteristica normativa in questa fascia d’età..

L’età puberale con le sue modificazioni corporee di fatto porta le ragazze ad avvicinarsi con  difficoltà all’ideale dominante di forma fisica e ad essere insoddisfatte

Altro elemento che influenza ed è influenzato dall’immagine corporea è l’emergere della sessualità , la formazione della propria identità , l’intensificazione del ruolo legato al genere.

La presenza di un’immagine corporea negativa in adolescenza aumenta il rischio di depressione o lo rafforza in chi già soffre di tale patologia  ed è predittrice di disturbi cronici dell’alimentazione nel futuro. Secondo Smolack, Levine e altri (1996) sono quindi elementi psico-socio-fisiologici a determinare le rappresentazioni corporee in infanzia ed adolescenza, e quindi in età adulta.

Cure parentali “non sufficientemente buone”, influenze culturali che esaltano ideali di bellezza irraggiungibili e temperamento di base insicuro e bisognoso di conferme, possono determinare una profonda insoddisfazione relativa alla propria immagine corporea che può sfociare in un vero e proprio disagio psichico, descritto come dimorfismo corporeo (nel DSM-V)[4],fattore alla base, secondo numerosi autori anche dei disturbi dell’alimentazione.

Immagine corporea negativa e disturbo di dismorfismo corporeo

Con l’espressione “disagi dell’identità corporea “ ci riferiamo a numerose manifestazioni cliniche “accomunate dalla tendenza a far dipendere la stima di sé dal corpo e dall’insoddisfazione per il peso o per le sue forme”(Faccio, 2007). Possiamo utilizzare, come esaustiva la definizione di Thompson(1991) secondo cui s’intende per immagine corporea negativa : “Uno stato di persistente insoddisfazione, preoccupazione e disagio correlati ad un aspetto dell’apparenza nel quale è presente un certo grado di malfunzionamento nelle relazioni affettive e sociali in generale”.

Il problema nasce quando la persona cerca di adattare la reale o presunta diversità fisica all’unica dimensione che vuole coltivare, l’avvenenza (culturalmente determinata), la perfezione fisica o la giovinezza. Parliamo quindi di “dismorfofobia” quando intendiamo una rappresentazione alterata della nostra immagine corporea e del vissuto a essa riferito, così come percepito dall’individuo. Ma tale costrutto non è stato nel tempo univocamente letto e utilizzato.

Il tentativo di definire al meglio questa tipologia tali disturbi diviene ufficiale nella quarta edizione del succitato D.S.M. (pubblicata nel 1994) che propone il più condiviso concetto di disturbo di dismorfismo corporeo , inserito in quest’edizione nel gruppo dei  disturbi somatoformi, sull’asse I. Viene qui evidenziata pari incidenza tra i sessi, poi smentita da varie ricerche e viene definita  in maniera vaga la gravità  clinica che può caratterizzarlo. A ciò va aggiunta  una non ben specificata “eccessiva preoccupazione” per l’ aspetto del proprio corpo in cui l’unico criterio utilizzato è la  compromissione psicologica , socio-relazionale e lavorativa). In tale edizione viene inserito come criterio di esclusione la preoccupazione circa il peso corporeo che a seconda delle caratteristiche che assume  va a definire l’anoressia nervosa o la bulimia nervosa. Pur con numerosi limiti si tratta di un importante tentativo di sistematizzare un costrutto psicopatologico a lungo trascurato dalla ricerca clinica. L’impostazione che esclude i disturbi alimentari verrà mantenuta anche nel D.S.M.-V che invece inserirà il dismorfismo corporeo nei disturbi di natura ossessiva.

Secondo il DSM V (Manuale Statistico Diagnostico dei Disturbi Mentali dell’American Psychiatric Association, 2014) tale disturbo viene maggiormente definito e quindi meglio descritto come caratterizzato da:

  1. Preoccupazione per uno o più difetti o imperfezioni percepiti nell’aspetto fisico che non sono osservabili o appaiono agli altri in modo lieve.
  2. Presentazione durante il decorso del disturbo di comportamenti ripetitivi (body checking, guardarsi allo specchio, curarsi eccessivamente , stuzzicarsi la pelle ricercare rassicurazioni ) o azioni mentali quali confrontare costantemente il proprio aspetto con quello degli altri, in risposta a preoccupazioni legate all’aspetto.
  3. La preoccupazione causa disagio clinicamente significativo o compromissione in ambito sociale lavorativo o altre aree importanti. (evitamento).
  4. La preoccupazione legata all’aspetto non è meglio giustificata da preoccupazioni legate al grasso corporeo o al peso in un individuo i cui sintomi soddisfano i criteri diagnostici per un disturbo alimentare.

Si invita a valutare la dismorfia muscolare ed il livello di  insight .

Le esclusioni dei disturbi del comportamento alimentare da quelli d’immagine corporea sono state un po’ criticate da numerosi studiosi che attribuiscono al costrutto d’immagine corporea una centralità nella genesi dei disturbi alimentari. Molti lo considerano il cuore di tali disturbi (Rezzonico e Strepparava, 1998).

La prima autrice a parlare di dimorfismo corporeo come il più importante criterio diagnostico e prognostico per i disturbi alimentari ed in particolare per l’anoressia nervosa è stata Hilde Bruch (1962).

A partire dai suoi scritti molti sono stati gli studi sull’inadeguatezza dell’immagine corporea e sui fattori che la determinano. Di fatto in molti sottolineano che può esistere un dimorfismo corporeo senza la presenza di un disturbo alimentare ma mai il contrario.

Oltre ai succitati studi classici di Fischer e Cleveland del 1968 che evidenziavano nell’assenza di empatia, nella discordanza della risposta e nell’invadenza dei care –giver la causa di una possibile distorsione dell’immagine corporea, altri autori hanno formulato ipotesi su come essa si possa modificare negativamente fino a generare forme di patologia conclamate .

Tali ipotesi pongono il dismorfismo alla base dei disturbi alimentari stessi. Ricordiamo che classicamente M. Selvini Palazzoli (1981) descrive il sentimento in cui il corpo nutrito diviene minaccioso , torturatore, per cui va tenuto a  bada, mentre per H. Bruch è la relazione materna disturbata a generare la dispercezione.  La madre si occupa del figlio in funzione dei propri bisogni ,anziché di quelli della bambino. Il corpo viene esperito come prolungamento di quello materno, appartiene ai genitori non a se stesso. Sottoporlo a disciplina estrema è l’unico modo per impossessarsene davvero. Secondo Bruch il meccanismo patogenetico che accomuna l’anoressia e l’obesità è l’assenza o la  perdita di risposte adeguate che i genitori danno ai segnali attraverso cui il bambino manifesta i propri bisogni. Il figlio quindi manca di una precisa padronanza dei limiti del proprio Sé , non è in grado di differenziare sensazioni corporee da tensioni emotive manifestando un difetto nell’apprendimento primario (ciò concorda con Fischer e Cleveland).

Secondo la Selvini Palazzoli la dispercezione deriva dal non aver acquisito un’identità corporea definita. La coscienza corporea normale così intesa da tale autrice è misura dell’avvenuta differenziazione e della raggiunta autonomia sensoriale e regolativa dell’individuo dai care-giver.

Tali studi hanno trovato conferma in quelli più recenti (Rezzonico e Strepparava, 1998) che si sono estesi all’ambito percettivo–sensoriale e psicosociale,dove il dimorfismo viene ormai considerato un disturbo culturale, etnico, tipico dell’occidente e dei paesi che si occidentalizzano.

Le riflessioni sin qui esposte si propongono quindi di suscitare in  chi opera in  ambito psicologico- clinico un’ attenzione particolare  rivolta a  tale dimensione, al fine di comprendere con maggiore profondità il disagio del paziente che utilizza il corpo come teatro del proprio dolore e di creare insieme a quest’ultimo una consapevolezza maggiore del Sé corporeo stesso, così profondamente influenzato da fattori culturali e personali, che il paziente può elaborare e cui può dare nuovi e più sani significati.

Autrice:

Dott.ssa Eleonora Carotenuto (psicoterapeuta ABA Roma)

 

Bibliografia

  • Caligor E., Kernberg O.F., Clarkin J.F. (2012), Patologie della personalità  di alto livello, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Daniele M., Pinto M., Manna V. (2016), Il cibo come droga, Alpes Italia, Roma.
  • Faccio E. (2007), Le identità corporee: quando l’immagine di sé fa star male, Giunti Editore, Milano.
  • Lemma A. (2011), Sotto la pelle: psicoanalisi delle modificazioni corporee, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Kernberg O.F. (2006), Narcisismo, aggressività e autodistruttività nella relazione terapeutica,  Raffaello Cortina Editore , Milano.
  • Jeammet P. (2006), Anoressia e Bulimia. I paradossi dell’adolescenza interpretati da un grande psicanalista francese, Franco Angeli, Milano.
  • Semi A.A. (2007), Il narcisismo, Il Mulino, Bologna.

[1] Da: Faccio E. , (2007),“Le identità corporee: quando l’immagine di sé fa star male”. Giunti Editore, Milano.

[2] Schilder P. (1950), The image and the appearance of human body, International University Press, New York.

[3] Fischer S. , Cleveland S.E. (1968) Body image and Personality, Dover Press, New York.

[4] Manuale Statistico -diagnostico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association, 1994.

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I primi colloqui. Etica dell’ascolto e trattamento preliminare della domanda

Quando un soggetto, mosso da una sofferenza, si rivolge a un professionista della salute mentale si apre un tempo dedicato a raccogliere le parole che il paziente articola attorno al proprio disagio, tempo che definiamo dei primi colloqui.

I primi colloqui in ABA hanno uno statuto preciso che proveremo a illustrare riferendoci alle peculiarità di un metodo, messo a punto in tanti anni di lavoro con i disturbi alimentari e le dipendenze, che prevede la presa in carico del paziente da parte di una équipe multidisciplinare. I colloqui preliminari nei nostri centri si svolgono di norma in tre sedute che funzionano da ponte tra lo spazio di accoglienza gratuito e il vero e proprio avvio della terapia. Le modalità con le quali un soggetto decide di contattare ABA e di avviare un percorso di cura sono le più varie: vi sono casi in cui la persona, mossa da una sofferenza, assume autonomamente l’iniziativa di chiedere aiuto e casi in cui la scelta di rivolgersi al centro è orientata da familiari, medici o terapeuti. Il dispositivo dei colloqui preliminari è studiato per lasciare ad ognuno un congruo spazio per raccontarsi e contemporaneamente guidare la raccolta delle informazioni in modo da definire un programma idoneo a quel particolare paziente, come “un vestito cucito su misura”. Nell’arco delle tre sedute si accoglie principalmente la parola della persona sofferente; allo psicologo il compito di inserirsi in modo opportuno nel racconto per estrarre le informazioni più rilevanti sulla storia di vita e sul sintomo. Il colloquio clinico ha così la funzione di fornire un primo spazio per ordinare gli elementi che costituiscono la domanda di cura del soggetto e comporre un quadro utile a stabilire se la strada più indicata sia quella della terapia individuale o di gruppo, se sia auspicabile affiancare un supporto medico-nutrizionale e/o psichiatrico.

È utile, in prima istanza, distinguere il piano della motivazione da quello della domanda. La motivazione si esprime a livello della coscienza e può essere dichiarata dal paziente in seduta, quando ad esempio si trova a spiegare le ragioni del percorso che ha deciso di intraprendere; la domanda ha invece sempre un versante inconscio che rappresenta ciò a cui il clinico deve prestare principalmente attenzione. Cosa sta chiedendo davvero il soggetto? La risposta è contenuta nel testo stesso del paziente, nel suo discorso.

Siamo nel campo di una clinica dell’ascolto che si distingue dalla clinica dello sguardo, peculiare dell’approccio medico-psichiatrico in cui il soggetto è fatto oggetto di una classificazione. La clinica dell’ascolto è una clinica della singolarità, dell’uno per uno, orientata da un’etica che si declina nella non standardizzazione del trattamento e nell’attenzione al testo del paziente in cui, si è certi, risiede il tesoro della sua soggettività. La dimensione etica consiste dunque nel fatto che il clinico non assegna centralità al proprio sapere ma sa mettersi al cospetto di un soggetto unico che ha un proprio discorso da sviluppare, discorso a cui deve essere lasciato il tempo e la libertà di dispiegarsi senza forzature. Ciò comporta che il terapeuta si astenga dall’intervenire in modo da incanalare la parola del soggetto nei rivoli delle proprie conoscenze teorico-cliniche. Si tratta piuttosto di permettere al paziente di cogliere quanto sta dicendo, di mostrargli quanto a lui sfugge di ciò che dice, o di fermarsi sui punti di esitazione o insistenza del discorso, sugli inciampi, sui lapsus, che denotano un cedimento della padronanza dell’io, vacillamento prezioso perché apre uno spazio di lavoro nuovo, quello del soggetto dell’inconscio.

Nel dispositivo analitico deve avvenire per il paziente il momento della “rettificazione soggettiva” che segna l’evoluzione dalla lamentela alla responsabilità, dalla tendenza ad individuare nell’Altro la causa dei propri disagi all’assunzione della propria posizione di soggetto nel riconoscimento del ruolo che ciascuno gioca nella sofferenza che denuncia. Questo riconoscimento in alcuni casi, come in quelli di soggetti abusati, può suonare scandaloso e paradossale: eppure assumere la propria parte di responsabilità significa, anche nelle evenienze più tragiche, decidere cosa fare di quello che gli altri hanno fatto di noi. Si può scegliere di restare nella posizione di vittima o fare qualcosa della propria storia.

L’ipotesi diagnostica, lungi dal diventare un’etichetta che ostacola la capacità del clinico di orientare la cura sostenendo e accogliendo la particolarità di ogni caso, è utile al terapeuta ad assumere la posizione più indicata per quel dato paziente. I disturbi alimentari e le dipendenze pongono una specifica difficoltà a questo livello; Domenico Cosenza afferma: “L’opacità strutturale in molti casi di anoressia, bulimia, obesità è determinata infatti in primis dall’azione compensatoria della patologia alimentare, che produce un effetto di chiusura della divisione soggettiva nelle nevrosi, e di occultamento della frammentazione nelle psicosi”[1]. Le dipendenze si presentano come circuiti autarchici di godimento. A differenza del sintomo, classicamente inteso come enigma da decifrare, nelle dipendenze ci troviamo in presenza di un soggetto che si è costruito un nuovo partner, il partner sostanza, che non tradisce, non abbandona, non manca. Nella clinica delle dipendenze l’oggetto non è separato, ma sempre presente. C’è, inoltre, nel paziente una particolare difficoltà a livello del funzionamento simbolico, una compromissione della capacità di metaforizzare da cui dipende, in parte, la complessità diagnostica.

I soggetti affetti da una dipendenza mostrano una dimensione di certezza; compito del terapeuta è cogliere se questa certezza è un indicatore di struttura, e pertanto il disturbo alimentare o la dipendenza devono essere maneggiati con cautela perché hanno una funzione precisa per il soggetto, o si tratta di una certezza annodata ad una organizzazione chiusa di godimento che è possibile trattare preliminarmente per portare il sintomo a statuto di metafora.

Il tema del rifiuto, emblematico della sintomatologia anoressica, è centrale nella clinica dei disturbi alimentari. Di che tipo di rifiuto si tratta, di un rifiuto che interpella l’Altro a livello del desiderio o di un rifiuto originario del soggetto in rapporto all’Altro?

I colloqui preliminari sono l’osservatorio privilegiato attraverso il quale si assiste al dispiegarsi delle questioni singolari di un soggetto, rappresentano inoltre il punto di avvio della direzione di una cura che tenga conto del carattere di unicità che presenta ciascuna costituzione soggettiva.

Autrice:

Dott.ssa Giorgia Lagattolla (psicologa ABA Roma)

Bibliografia

Bassols M., L’atto di entrata, in Maiocchi M. T. (a cura di), Il lavoro di apertura. Per una strategia dei preliminari, Franco Angeli, Milano 1999.

Cosenza D., Il cibo e l’inconscio, Psicoanalisi e disturbi alimentari, Franco Angeli, Milano 2018.

Laurent E., L’elefante e la giraffa: tempi nella cura, in Maiocchi M. T. (a cura di), Il lavoro di apertura. Per una strategia dei preliminari, Franco Angeli, Milano 1999.

Recalcati M., La pratica del colloquio clinico. Una prospettiva lacaniana, Raffaello Cortina Editore, Milano 2017.

[1]Cosenza D., Il cibo e l’inconscio, Psicoanalisi e disturbi alimentari, Franco Angeli, Milano 2018, p. 63.

 

 

 

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I gruppi di sostegno per i genitori

Intervista alla Dott.ssa Lilli Romeo, Psicoterapeuta Psicoanalista di gruppo e membro associato dell’Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo (IIPG). In ABA, svolge da anni percorsi psicoterapeutici e di sostegno con genitori di pazienti affetti da disturbi dell’alimentazione.

 

Quali sono, secondo lei, i motivi per cui degli incontri di gruppo possono essere utili ai genitori o ai familiari di chi affronta situazioni di disagio come quelle determinate dai disturbi dell’alimentazione?

 

Consideriamo il lavoro con i genitori e/o con i familiari di un paziente affetto da disturbo dell’alimentazione di particolare rilevanza, naturalmente là dove questi possano essere coinvolti nel progetto terapeutico del figlio (o del coniuge), perché gli stessi ne facciano richiesta e ne condividano la partecipazione.

Mi soffermo in particolare sul ruolo dei genitori nella cura dei pazienti affetti dai disturbi dell’alimentazione. Ove non vi sia una richiesta diretta da parte di questi ultimi, i quali peraltro spesso per primi si rivolgono al nostro Centro per chiedere aiuto per i loro figli (e non solo nel caso di figli adolescenti) è nostra cura far conoscere loro questa opportunità, fin dai primi contatti.

Nella nostra esperienza, la partecipazione dei genitori, si rivela, durante il percorso di cura, una risorsa di primaria importanza… indispensabile, direi. Bisogna innanzitutto tener presente che i genitori sono “vittime” del disturbo alimentare, tanto quanto i figli, pertanto hanno loro stessi bisogno – oltre che diritto –  di essere, coinvolti, sostenuti e aiutati nei loro dubbi, nelle loro ansie, spesso anche per i sentimenti di colpa e di inadeguatezza che accompagnano l’insorgenza e lo sviluppo di quella che è una malattia, che come tale deve essere riconosciuta e trattata, e la cui gestione è molto difficile.

Inoltre, nel tempo, possono intervenire delle dinamiche familiari le quali, nonostante gli sforzi orientati ad aiutare il figlio/a, più che facilitare la risoluzione del problema tendono a mantenerlo. Si tratta di situazioni in cui in famiglia l’emotività viene espressa in maniera molto intensa (i momenti critici sono, ad esempio, quelli dei pasti o della loro preparazione che per questi pazienti, segue spesso dei modelli rigidamente ritualizzati), oppure non viene espressa. La comunicazione può essere scarsa o non bene orientata, per cui i genitori, nel desiderio di aiutare il figlio e risolvere presto il problema, tendono ad essere direttivi, a stimolarlo a nutrirsi o a seguire un’alimentazione più regolata. Tendono dunque a parlare più che ascoltare i suoi bisogni, spostano l’attenzione prevalentemente sullo specifico disturbo, perdendo di vista le altre possibili situazioni di vita le quali pure possono avere un ruolo importante nell’eziologia e nel persistere del disturbo.  Questi aspetti confermano e sostengono l’utilità del loro coinvolgimento.

Lo spazio di elezione è, senz’altro, il lavoro con il gruppo di genitori, che consideriamo l’indicazione primaria per la domanda che di solito gli stessi rivolgono al Centro: in che modo possiamo partecipare al processo di cura di nostro/a figlio/a? Come possiamo aiutarlo a stare meglio? Cosa è giusto fare in questo o in quel caso, o cosa non è giusto fare?  Sono un genitore adeguato se mi comporto così?”

E’ raro che i genitori giungano al Centro portando una richiesta di aiuto personale o per la coppia in quanto tale, sebbene, a volte, una tale motivazione possa svilupparsi nel corso dei primi colloqui, o anche durante il lavoro di gruppo. E’ nostra cura tuttavia valutare ogni situazione fin dalle prime fasi di progettazione dell’intervento così come nel corso della sua evoluzione, proponendo di volta in volta e scegliendo, insieme ai genitori, il setting agli stessi più idoneo.

Il lavoro di gruppo offre ai genitori la possibilità di trovare risposte alle loro domande e, soprattutto, di ripercorrere consapevolmente, attraverso un cammino condiviso con chi vive lo stesso problema, le dinamiche della patologia dei figli partendo da uno sguardo genitoriale. Il gruppo in sostanza si offre ai partecipanti quale luogo di confronto e occasione preziosa per poter condividere i vissuti relativi ad un problema comune; mettere a confronto i propri atteggiamenti e comportamenti nei confronti del disturbo e dei comportamenti del figlio con quelli di altri genitori, le  emozioni suscitate dal problema, i dubbi e interrogativi sullo stesso, sui propri atteggiamenti e comportamenti.

 

In che modo il lavoro di gruppo con  i familiari può promuovere un aiuto significativo anche ai pazienti?

 

Lo fa attraverso l’aiuto che offre in primis ai genitori. Il gruppo garantisce, tra l’altro,  sostegno emozionale, condivisione, processi identificativi, contenimento e supporto soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà.  

Nel confronto e nello scambio di emozioni e pensieri, favorisce l’emergere e l’attribuzione di significati nuovi e attenzioni diverse, sia verso il sintomo – rispetto ai fattori che possono aver contribuito alla sua insorgenza e alla sua evoluzione – sia verso i comportamenti del figlio e le sue risposte. Può consentire inoltre di superare  le tendenze all’isolamento sociale – favorito dai sentimenti di vergogna e colpa –; di superare i sentimenti di inadeguatezza rispetto alle proprie funzioni genitoriali e recuperare le capacità messe in crisi dall’insorgenza della patologia.   In questo modo, nel tempo, le esperienze emozionali saranno per i genitori sempre più risanate, tollerabili e gestibili; la realtà, propria e dei figli, sarà più comprensibile e sarà più semplice orientare l’emozionalità , la comunicazione, i comportamenti in modo funzionale ai bisogni di questi ultimi, anche con un’opportuna (ri)definizione dei ruoli genitoriali, delle funzioni paterna e materna.

Come possono svolgersi gli incontri di gruppo rivolti ai genitori e per cosa si caratterizzano?

 

Gli incontri di gruppo per i genitori sono uno spazio nel quale ognuno può esprimere liberamente i propri vissuti e le proprie emozioni (anche le più negative di rabbia, frustrazione, vergogna, dolore), mettere in discussione i propri comportamenti, senza sentirsi giudicato e/o biasimato, ma piuttosto in un clima di condivisione, rispecchiamento e sostegno reciproco.

Possiamo dire che un gruppo di questo genere non può essere definito un gruppo psicoterapeutico in senso specifico, non solo per il setting che lo caratterizza (la frequenza quindicinale e non settimanale, per esempio), ma soprattutto perché lo scopo per il quale i genitori accettano di partecipare, la domanda e l’aspettativa che accompagna la loro adesione (o comunque la richiesta di aiuto al Centro), non è tanto quella di affrontare e risolvere problematiche di natura individuale o attinenti alla relazione di coppia, quanto piuttosto di trovare un aiuto e un sostegno nell’affrontare lo specifico problema del figlio e dare in proprio contributo  per il successo del progetto terapeutico rivolto a quest’ultimo.

Il gruppo è tenuto da una terapeuta diversa da quella che segue il figlio/a, questo per evitare ogni sorta di possibile interferenza e favorire quel processo di individuazione del figlio, il cui difetto evolutivo costituisce uno dei nuclei centrali del disturbo. E’ aperto nel senso che i partecipanti escono a conclusione del loro percorso ma nuovi genitori possono entrare durante il percorso, ha una frequenza quindicinale e la durata di un’ora e trenta ed, infine, prevede la regola della riservatezza sui contenuti portati dai partecipanti.

Nel gruppo ogni sforzo individuale volto a risolvere un proprio problema diventa contemporaneamente uno sforzo per risolvere un problema comune. Condividendo uno stesso problema l’aiuto ricevuto assume maggiore efficacia e significato.

Spesso la scelta di usufruire di uno spazio di sostegno genitoriale o familiare è carica di aspettative e, talvolta, paure. Che messaggio vorrebbe lasciare a coloro che pensano di intraprendere questo percorso?

 

E’ vero, le ansie che accompagnano i genitori che si rivolgono al nostro Centro per chiedere aiuto spesso sono intense e le più frequenti riguardano la preoccupazione del giudizio, i sentimenti di colpa e inadeguatezza o, più specificamente, la paura che tali sentimenti trovino conferma nelle parole del terapeuta con il quale si fanno i colloqui o, ancora, in quanto potrà emergere durante il lavoro (sia esso di coppia, individuale o di gruppo) fatto insieme.

I fattori causali ed eziologici dei disturbi dell’alimentazione sono molteplici: ambientali, genetici, psicologici e psicodinamici, tra loro correlati, e non vanno pertanto individuati specificamente nella loro funzione genitoriale o nel fatto che qualcuno di loro possa avere avuto lo stesso problema. Non vanno trascurati, tra le altre cose, per esempio, gli aspetti caratteriali e di personalità di coloro che ne soffrono, o i modelli culturali di riferimento. E’ importante inoltre sapere che, se è vero che il disturbo alimentare non è un problema da sottovalutare, poiché nei casi più gravi mette a rischio la vita della persona che ne è affetta, è altrettanto vero che decenni di esperienze e pratiche terapeutiche del nostro Centro dimostrano che si tratta di un problema che può essere affrontato e da cui, in gran parte dei casi, si può guarire.

E’ importante pertanto affidarsi a centri specializzati, nei quali vengano praticati interventi integrati che vedano il coinvolgimento di équipe professionali specializzate e l’utilizzo di modelli terapeutici e setting di cura, ove necessario multipli (terapia individuale, di gruppo, gruppo di genitori), anch’essi  appropriati ad ogni specifico caso.

 

A cura della Dott.ssa Silvia Del Buono

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I gruppi terapeutici in ABA

Nel 1990 Fabiola De Clercq pubblica Tutto il pane del mondo, il primo di numerosi libri autobiografici, in cui racconta della sua lotta con anoressia e bulimia, patologie di cui inizia a soffrire all’età di tredici anni, e dell’esperienza di analisi che l’ha aiutata a prenderne le distanze. Con la pubblicazione di questo libro, è stata dunque la prima a rompere il silenzio su tematiche che in quegli anni emergevano in maniera sempre più insistente, ma delle quali sembrava ancora impossibile parlare apertamente.

A seguito di un’ampia ed inaspettata diffusione del libro, sono moltissime le persone che hanno iniziato a contattare Fabiola, raccontandole di essersi rispecchiati nel suo racconto e nelle sue difficoltà, e le si rivolgevano per chiedere aiuto. Da ciò la decisione di provare a radunare nella propria casa di Roma i lettori, riunendoli in piccoli gruppi. Inizialmente questi  gruppi non si configuravano come gruppi terapeutici, ma l’obiettivo che Fabiola si proponeva era quello di “mettere a disposizione un luogo dove le parole potessero trovare un ascolto” e di far emergere una domanda di cura che conducesse ad intraprendere un percorso di analisi. Solo l’anno successivo, nell’aprile del 1991, viene fondata a Roma la prima sede dell’associazione ABA, dove i piccoli gruppi, inizialmente aventi come unico obiettivo la condivisione della sofferenza ed il supporto reciproco, diventano dei veri e propri gruppi terapeutici ad orientamento analitico. Oltre a ciò, l’associazione viene dotata di un’ un’équipe multidisciplinare composta da professionisti che si occupano dei diversi aspetti del problema, che possa valutare adeguatamente le necessità di ogni paziente, soprattutto in virtù del fatto che questo fenomeno può coprire numerosi altri aspetti patologici, talvolta estremamente gravi. In poco tempo, essendo la prima struttura in Italia ad occuparsi in maniera completa e specifica dei disturbi del comportamento alimentare, questa associazione diventa un punto di riferimento per le persone e le famiglie coinvolte dalla gravità di queste patologie.

Dunque, sin dal momento della sua fondazione, l’ABA ha promosso il gruppo come strumento terapeutico per il trattamento dei disordini alimentari. L’appartenenza al gruppo, infatti, rompe la solitudine e permette a ciascun membro di trovare solidarietà, grazie alla condivisione della propria sofferenza oltre che dei propri sintomi. Questo accade anche perché l’associazione di per sé rappresenta il luogo per eccellenza in cui è possibile uscire da una situazione di isolamento e l’ABA, a differenza di altre realtà analoghe, non è “pensata dall’alto”, ma è nata dall’iniziativa personale di chi ha sofferto delle patologie, su cui si propone di intervenire.

I disturbi del comportamento alimentare possono essere pensati come patologie della solitudine, intesa come vissuto, ma anche come organizzatore della vita di chi ne soffre, che si svolge spesso con poche relazioni affettive significative, che possano costituire un interesse alternativo al rapporto con il sintomo. I pazienti con disturbi alimentari tendono infatti a rifiutare contenuti psichici ed emotivi negativi, cercando in questo modo di anestetizzare la propria sofferenza.

Esiste però uno spazio in cui le emozioni rifiutate e spesso distruttive possono essere riconosciute e di conseguenza trasformate in contenuti elaborati: questo spazio è la terapia di gruppo. Questo è infatti il luogo in cui le emozioni negative, in precedenza confuse ed indifferenziate, possono essere simbolizzate e  riconosciute come appartenenti al soggetto in quanto individuo, e non esclusivamente alla sua esperienza di malattia.

Nella terapia di gruppo le emozioni risultano amplificate ed è consentita la condivisione e l’espressione di un dolore precedentemente negato, che i membri del gruppo possono per la prima volta riconoscere ed imparare a tollerare, attraverso i processi di identificazione e rispecchiamento con gli altri. Coloro che soffrono di disturbi alimentari spesso pensano di essere soli nella sofferenza che si portano dentro e di non poter essere compresi, né di potersi riconoscere in altri individui. Dunque l’identificazione all’interno dei gruppi non si basa soltanto sulla percezione di soffrire tutti di uno stesso disturbo, che presenta gli stessi sintomi, ma anche sulla possibilità di accorgersi che la propria sofferenza non ha a che fare solo con il cibo, ma che vi sono degli aspetti più profondi, talvolta difficili da individuare, che il lavoro terapeutico può aiutare a mettere in risalto.

Molti membri del gruppo propongono inizialmente dei contenuti relativi esclusivamente ad elementi quali il corpo o il peso, per cui il lavoro svolto durante il percorso terapeutico si concentra, soprattutto in una fase iniziale, sulla possibilità di rendere pensabili anche altri aspetti della vita dell’individuo, aiutandolo a spostarsi da un registro mentale centrato esclusivamente sul corpo e consentendogli di accedere a livelli di pensiero a cui la persona stessa aveva in precedenza rinunciato.

Il lavoro terapeutico di gruppo può e deve avvenire, dunque, non sul sintomo, ma soltanto a partire da esso, riconoscendo come il fenomeno clinico del disturbo alimentare si declini diversamente a seconda delle persone e della loro esperienza soggettiva.

Inoltre uno dei risultati più importanti del lavoro terapeutico in gruppo, in particolare nel caso di problematiche alimentari, è la possibilità di uscire da una condizione di isolamento sociale. Il gruppo può infatti essere pensato come una vera e propria “palestra relazionale”, poiché è un contesto protetto con un suo setting specifico, dove l’intimità pur essendo inevitabile, per la prima volta può non essere sentita come pericolosa.

L’uscita da una dimensione di isolamento sociale è descritta come un processo che avviene progressivamente: prima in termini strutturali e concreti, proprio tramite la possibilità di entrare in contatto con altre persone, e poi attraverso un processo interno, che si verifica in maniera più graduale.

Pur determinando di per sé un ampliamento dei contatti sociali, è importante comprendere che il principale ruolo del gruppo non è quello di sostituire il vuoto sociale, ma di aiutare i membri a riflettere sul perché tale vuoto esista e perché vi siano difficoltà anche in altri ambiti della vita.

Il gruppo è quindi una risorsa estremamente importante soprattutto nelle realtà legate alle dipendenze, in cui è centrale la dimensione del vuoto che, nel caso dei disturbi alimentari, coloro che ne soffrono si illudono di poter riempire con il cibo e con il controllo su di esso. In una condizione di vuoto identitario e di conseguenza di vuoto sociale, il gruppo rappresenta il luogo in cui è possibile sperimentare l’incontro con l’altro, reso simile dal sintomo, in cui rispecchiarsi. È in questo luogo che sarà poi possibile, per coloro che ne fanno parte, essere riconosciuti nella propria soggettività e prendere in considerazione l’eventualità di abbandonare il sintomo ed entrare in contatto con le proprie emozioni.

A cura della Dott.ssa Silvia Del Buono

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Nuove forme di dipendenza

Nel Frammento XXXV, Epitetto (55-135 d.c.) scriveva che nessun individuo può considerarsi libero se non è padrone di se stesso.

In accordo con questo autorevole insegnamento, il concetto di libertà si svela dunque attraverso una dimensione esistenziale sostanzialmente contrapposta alla dipendenza.

Nel linguaggio psicologico con il termine dipendenza si è soliti intendere una condizione patologica e disadattativa tale per cui la persona perde ogni possibilità di controllo su un’abitudine apparentemente innocua o normalmente routinaria.

L’individuo dipendente, pertanto, non è solo vittima della propria mancanza di volontà, ma soffre di un vero e proprio disturbo, a volte cronico, caratterizzato dalla perdita di controllo sull’uso di sostanze, su determinate espressioni o agiti comportamentali.

La dipendenza diventa patologica quando è caratterizzata da due elementi fondamentali: la dominanza e la compulsività. In questo caso, la dominanza nei pensieri dell’oggetto della dipendenza è prioritaria rispetto alla compulsività del comportamento, mentre ciò che differenzia la semplice compulsività dalla dipendenza compulsiva è la gratificazione che si accompagna all’azione dipendente. Dal punto di vista degli effetti è possibile distinguere la dipendenza in: dipendenza fisica, che altera lo stato biologico, e dipendenza psichica, che altera lo stato psichico e comportamentale. Tradizionalmente il concetto di “dipendenza” (addiction) è stato limitato all’alcool e alle droghe; negli ultimi decenni, invece, si è allargato fino a comprendere tutti quei comportamenti di dipendenza che si traducono in azioni rituali di natura compulsiva/ossessiva. Le scienze psicologiche hanno preso in considerazione forme di dipendenza comportamentali in cui non è implicato l’intervento di alcuna sostanza chimica.

Queste sono considerate nei termini di Nuove Dipendenze o New Addictions.

Tra le nuove patologie della nostra epoca sono presenti livelli di dipendenza che oscillano da atteggiamenti routinari a quadri clinici severi che possono essere equivalenti, per grado di problematicità, a quelli delle dipendenze da sostanze tossiche già da tempo riconosciuti.

Con la parola “addiction” s’intende quindi definire una condizione generale in cui la dipendenza psicologica spinge alla ricerca compulsiva di un oggetto o di un comportamento senza il quale l’esistenza dell’individuo diventa priva di significato, ossia tale viene percepita.

Fa riflettere poi la circostanza che l’oggetto della dipendenza sia in questo caso un comportamento o un’attività generalmente lecita o, quasi sempre, socialmente accettata e a volte persino promossa. Tra le New Addictions si annoverano la dipendenza dal Gioco d’azzardo, da Internet, dallo Shopping, dal Lavoro, dal Sesso, dal Cibo e dalle Relazioni Affettive.

Per la maggioranza delle persone queste attività rappresentano parte integrante del normale svolgimento della vita quotidiana, ma per alcuni individui possono assumere caratteristiche patologiche, fino a provocare gravissime conseguenze sul piano individuale e sociale.

Il criterio “quantitativo” dell’agìto risulta pertanto fondamentale ai fini di una corretta valutazione. “Ogni dipendenza è una tossicodipendenza a livello chimico per il nostro corpo e a livello psichico per il nostro spirito. Ma la dipendenza negativa, definita dalla scienza ‘addiction’, non deriva solo da sostanze stupefacenti ma anche da quelle buone come il cibo, l’attività fisica, il gioco, lo shopping compulsivo. La cosa più crudele è l’illusione della libertà” (Pulvirenti, L., Parsi, M.R., Il cervello dipendente. Un’intervista di Maria Rita Parsi, I garanti, 2007). Negli ultimi anni si è assistito all’enorme diffusione di queste forme di dipendenze comportamentali, tanto che la letteratura scientifica non ha potuto fare a meno di rivolgervi un attento e specifico interesse. La dipendenza patologica e il dilagare delle new addictions sono fenomeni psichici che dimostrano un’importante correlazione con il principio di evoluzione sociologica-culturale. Sin dalla prima rivoluzione industriale, la mentalità sociale e gli ideali culturali hanno subìto una rapida e profonda trasformazione, così come i gruppi di individui che da queste due forme di pensiero attingono le proprie condivise ragioni esistenziali. L’innovazione tecnologica e la nuova idea di civiltà, da un lato, hanno agevolato lo sviluppo di questo tipo di dipendenze, generando stress, vuoto e noia, dall’altro hanno stimolano una tendenza all’immediata gratificazione, fornendo gli strumenti appropriati per raggiungerla, sulla base di un esempio, un cliché, un’idea o un modello, spesso falsi, o idealizzati sino all’estremo. Il dilagare degli aspetti peggiori del sistema capitalistico in molte realtà culturali ha segnato l’inizio di un’epoca in cui l’uomo sembra avere valore non tanto per ciò che è ma per ciò che possiede. Erich Fromm (1976), in tal senso, insisteva sul fatto che la società occidentale contemporanea sia drammaticamente fondata sull’ “avere” e non sull’ “essere”. Illudere che la felicità si possa raggiungere attraverso il possesso e il consumo è uno degli obiettivi delle società in cui emerge una falsariga sproporzionata di “consumismo” tout court. Inoltre, si pensa che il dipendere da qualcosa tenga distanti dall’idea della morte o della sofferenza, che, così “esorcizzate”, appaiono lontane, estranee e sfumate.

Al di là del retorico, non è superfluo sottolineare come soprattutto le nuove generazioni siano sempre più soggette ed attratte dai meccanismi di una società dei consumi che lancia messaggi martellanti, in cui, come sosteneva Marshall McLuhan (1977), il medium diventa più potente del messaggio, sino a sostituirlo. L’individuo contemporaneo è quindi indotto alla ricerca di una felicità basata sul possesso di tutto ciò che è piacevole e desiderabile – e raggiungibile in modo immediato e senza troppa fatica – seguendo e subendo modelli spesso imposti dalla cultura dominante. Scivolare nell’errata e massificata convinzione che potere, denaro ed elevato status sociale coincidano con benessere e felicità è un rischio oggigiorno frequente. E’ dunque in questo contesto che si inserisce la problematica psicologica delle “dipendenze”, tema “universale” che tocca tutti in prima persona perché legato alla ricerca dell’optimum esistenziale. Essere patologicamente dipendenti da qualcosa – da una sostanza o da un’attività – porta sempre in seno una limitazione della propria autonomia e delle proprie capacità di scelta. Riacquistare indipendenza e libertà di pensiero è frutto di una delicata omeostasi tra interno ed esterno, di un processo di introversione ed estroversione che necessita invece di un percorso spesso faticoso, profondo, volto all’acquisizione di consapevolezza, volontà e autostima. E’ lecito pensare che l’avanzare del progresso tecnologico abbia modificato in termini di complessità non solo le abitudini delle persone ma anche il loro modo di esprimersi in situazioni patologiche.

A cura del Dott. Vincenzo De Blasi

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Pamela Mele e In Felicità #34: Intervista

Intervista a Pamela Mele, 44 anni, sposata con due figli. Professione Logopedista.

Lei all’inizio del 2014 ha intrapreso un percorso terapeutico in ABA, nella sede di Roma. Ci può spiegare il motivo di tale iniziativa?

Sono giunta nella sede ABA di Roma dopo una serie di terapie fallimentari. Il mio disturbo alimentare di tipo anoressico aveva raggiunto un livello d’emergenza importante ed emotivamente cominciavo a non sentirmi più equilibrata nella gestione dei rapporti interpersonali sempre più ridotti. Da sempre avevo intravisto in ABA una speranza di guarigione. Sono intimamente convinta che i centri fondati da persone che hanno affrontato dolorosamente la malattia, abbiano un valore aggiunto, specie nella fase dell’accoglienza e aiuto.

Ha avuto modo di interloquire con più figure professionali in questo contesto?

Dopo alcuni colloqui preliminari con consulenti accoglienti e motivanti, il centro mi ha indirizzato al terapeuta più congeniale alle mie esigenze che mi avrebbe seguito durante il mio percorso. Mi è stata successivamente consigliata una consulenza con il medico collaboratore del centro che ho accettato fin da subito. Voglio ricordare l’umanità e al contempo la preparazione medica in ambito DCA della dottoressa che mi ha accolto e sostenuto con una sensibilità materna.

In ABA non trattano pazienti ma persone e questa per me era diventata una certezza. Anche a mio marito è stata offerta la possibilità di una consulenza psicologica. I familiari sono bisognosi di risposte sul comportamento da adottare rispetto al disturbo. Non è semplice capire cosa è giusto fare quando si è intimamente coinvolti. Ad un certo punto la malattia dilaga su tutto. Dopo un anno circa di terapia individuale ho intrapreso una terapia di gruppo che mi ha aiutata ulteriormente a migliorare aspetti importanti per il mio divenire.

Quali cambiamenti ha prodotto questa esperienza nella sua vita?

Posso dire oggi di essere padrona della mia vita. Non sono la mia malattia, non ne sono più ostaggio. Sono consapevole di ciò che è stato e definisco il mio disturbo una “silente presenza”. Sono stata anoressica per oltre vent’anni nascondendomi dietro una presunta normalità, mentre collezionavo danni fisici e sofferenze dell’anima. Ora ho un rapporto con il cibo molto più sano e consapevole. Parlo dei miei problemi e dei miei trascorsi. Mi sono finalmente accettata e restituita agli altri nella mia autenticità. Credo sia questa la vera magia!  L’altro prima era tenuto a debita distanza per paura di non essere accettata o per la mia naturale tendenza ad adeguarmi, a compiacere, ad essere sempre come mi si richiedeva. Ora ho capito che la condivisione è il mio potenziale energetico, così lo definisco. Ho capito veramente chi Sono e cosa Voglio, domande alle quali all’inizio della terapia riuscivo a rispondere con lunghi silenzi e pianti soffocati. Oggi mi sento meravigliosamente imperfetta come tutti! E’ una frase che ripeto spesso.

Lei ha avviato un progetto importante recentemente. Ci può descrivere com’è nata l’idea e che ripercussioni ha avuto sulla sua vita?

Durante il periodo più buio del mio percorso ho sempre pensato che se ce l’avessi fatta, avrei dato il mio contributo alla lotta contro i DCA. Ho deciso così di scrivere un libro per raccontare la mia esperienza nella speranza di poter essere di aiuto. Il disturbo alimentare ti condanna a una vita di rinunce e solitudine in cui ci si auto castiga. Tanto è stato fatto e tanto c’è ancora da fare. A differenza di molto tempo fa penso che le persone siano pronte ad ascoltare; c’è una sensibilità sicuramente maggiore rispetto ai disturbi alimentari. E’ chi ne soffre che tende ancora a nascondersi nella vergogna; invece è nel momento in cui si riesce a parlare che si può essere compresi. Sono da sempre una fan di Luciano Ligabue e durante il mio recupero ascoltare la sua musica mi ricordava ciò che ero e quali erano le mie passioni. La malattia a un certo punto mi ha tolto tutto e forse le prime cose che ho visto scemare sono state proprio le piacevoli abitudini che sceglievo come tutti come aspetto goliardico e ludico della vita (quel piacere  che spesso le anoressiche non si concedono). Ho scelto di dedicare a lui questo libro nel quale ho intrecciato i miei pensieri sui versi delle sue canzoni. Un po’ è stato un modo per mandare un messaggio di speranza, un po’ per sottolineare il fatto che l’anoressia è una malattia democratica che colpisce chiunque, anche una fan del Liga, una fra tante.  Simbolicamente ho scelto che la musica rappresentasse la passione persa e quella restituita nel momento della ricongiunzione magica con se stessi.

Con queste intenzioni nasce “In felicità#34”. Il libro è stato per me un’esperienza importante per ripercorrere le tappe del mio processo di crescita interiore. Dopo essermi interrogata “sulle direzionali” della mia vita ho imparato a far fluire il mio  pensiero, come spesso il mio psicoterapeuta mi incitava a fare, e la scrittura mi è apparsa come una chiave di volta. Ho capito che, tra le tante altre cose, mi piace scrivere. E anche fare molto altro! Oggi lo so.

Molte persone, dopo aver letto la mia storia mi cercano per saperne di più. Alcune mi confidano di avere gli stessi miei disagi con il cibo; è come se il mio “coming out” fosse per gli altri un invito a concedersi. Altri si ritrovano in un mal di vivere comune che trova diverse modalità “patologiche” di espressione. Altri ancora si complimentano solo per il coraggio di aver raccontato. La condivisione dell’esperienza e della sofferenza mi è tangibile. Il sostegno e l’amore che sto ricevendo sono finalmente l’appagamento dell’essere me stessa. Mi ritengo in grado di dire la mia e di essere ascoltata per ciò che ho da dire, come se gli altri avessero sempre atteso che facessi questo passo. Questo vale soprattutto per le persone a me più vicine alle quali mi sono restituita con la mia verità, concedendo a loro libero accesso a me. Quella “me” inavvicinabile perché non ho mai permesso a nessuno di mettersi tra me e il mio disturbo fortemente negato.

Ho deciso di creare un blog e una pagina FB che si chiama “farfalle di vetro”, per creare uno spazio condiviso, sebbene virtuale, di scambio di idee e pensieri.

Sto presentando il libro in diverse situazioni. Considerato il legame con la musica, molto spesso mi capita di legare le presentazioni a serate tributo di Ligabue o alle attività dei fan club. Non so dove mi porterà tutto questo. La mia idea è quella di contribuire come posso, collaborando con associazioni sul territorio o sostenendo progetti attraverso la mia personale esperienza.

Nel frattempo continuo a scrivere!

Desidera inviare un messaggio a chi soffre di disturbi alimentari, forse riportando qualcosa che ha scritto nel suo libro, un pensiero o una canzone particolare?

Quello che mi viene subito in mente è di non trincerarsi, anche se so che è la malattia che lentamente ti castiga alla solitudine. Il momento più doloroso di tutta la mia malattia è arrivato quando, insieme alla consapevolezza del mio stato psicofisico, mi sono accorta della profonda solitudine che sentivo e alla quale mi ero lentamente condannata. E’ stato solo quando mi sono aperta al mondo con la mia verità che ho capito che gli altri non aspettavano che questo. Le persone che ci vogliono bene vedono, intuiscono ma non sanno cosa fare per noi. Non sanno come arrivare a Noi.

Ho detto più volte che per lungo tempo non mi sono lasciata trovare.

Il messaggio che trapelava dal mio star male era proprio questo: “non voglio essere cercata”. L’anoressia è un grido d’aiuto dell’anima. Ora ho imparato che l’aiuto va chiesto e non preteso, soprattutto non si può utilizzare il corpo per accorciare o allungare le distanze con l’altro. Ho sempre pensato che nessuno avesse bisogno di me e che, tutto sommato, di me, anzi, della “non me”, tutti potessero fare a meno. Invece oggi mi dico che ognuno è una risorsa per l’altro e che la condivisione è il primo vero passo verso la guarigione. Il mio consiglio a tutti è di chiedere aiuto perché le persone ci sono e sono pronte ad ascoltarvi. Una canzone del Liga che non è citata nel libro perché è nel nuovo album recita: “dici che nasce sempre da dentro ogni momento di felicità”. Cercate dentro di voi e mettete gli altri in condizione di poter far qualcosa per voi.

“Eri in mezzo ad una vita che poteva andare anche se non si sapeva dove” (cit. “Quella che non sei”. L. Ligabue). E’ proprio così! E vale la pena riprendersela quella vita e goderne a pieno. Io ho vissuto per troppo tempo una vita a metà. Poi ho scelto di vivere e concludo con una frase che mi ripeto spesso: “ Le cose nella vita hanno un solo senso. Quello che decidi di dargli tu!”.

Desidera fare ulteriori considerazioni?

Come ultima considerazione vorrei dire che si sono ottenuti grandi risultati in termini di informazione prevenzione e cura  dei DCA, grazie a centri come ABA. Credo che le campagne di sensibilizzazione non siano mai abbastanza. I disturbi alimentari sono sempre più un’emergenza sociale e a volte ci si dimentica che parliamo di vere e proprie malattie. Una malattia è un fatto. Nessuno sceglie di star male.  Si può scegliere di guarire, ma non di ammalarsi. L’anoressica non è un’adolescente che fa i capricci, come la bulimica non è una golosa impenitente.

E’ importante ribadire che siamo davanti a patologie pericolose che, se non uccidono, costringono ad una “non vita”; ci sono strutture specializzate alle quali rivolgersi ed è importante farlo. L’intervento tempestivo è senz’altro fondamentale e un buon indice di successo per la guarigione.

A cura di Pamela Mele e del Dott. Valerio Galeffi

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Indicazioni per i genitori

Comprendere e migliorare la comunicazione

Come è noto, la comunicazione per chi è affetto da disturbi alimentari comporta una difficoltà significativa. Essa non è solo conseguenza dei sintomi da malnutrizione, ma è principalmente riconducibile a complesse dinamiche emotivo-relazionali. Sbalzi di umore, irritabilità e tendenza all’umore depresso spesso caratterizzano la tonalità emotiva della persona sofferente, con effetti non trascurabili nell’ambiente familiare. Si innescano spirali di incomprensione e aggressività verbale che, non di rado, esitano in atti di aggressività fisica. La persona affetta da disturbo alimentare presenta una fenomenologia sintomatica complessa: chiede, attraverso comportamenti apparentemente contraddittori, aiuto.

L’intolleranza ad un confronto spesso diventa realtà; la persona sofferente si rifugia in un mondo fatto di silenzi e negazione del proprio problema, suscitando nell’interlocutore reazioni che oscillano tra rabbia, frustrazione  e scoraggiamento.

La sofferenza di chi è affetto da questo tipo di patologia è una realtà che si evidenza in ogni momento, nella salute fisica e negli aspetti psicologici. Il contesto familiare non è l’unico luogo in cui si presentano le difficoltà. L’ambito scolastico, sociale, lavorativo diventano ulteriori spazi in cui emerge progressivamente una particolare difficoltà ad interagire.

Presi da una spirale devitalizzante, evidente sul corpo e su modalità di pensiero, le persone affette da disturbi alimentari compromettono le proprie perfomance in contesti importanti della propria vita.

L’ambito familiare, luogo privilegiato, perché caratterizzato da relazioni specifiche, può promuovere un aiuto significativo perché si acquisisca consapevolezza del problema, dell’importanza e della necessità di intraprendere un percorso di riabilitazione e di cura.

Cosa fare e cosa non “dire

Stimolare la persona con disturbo alimentare a riflettere sulla problematica presente non appare, in un primo momento, compito semplice. Tollerare le frustrazioni che possono presentarsi  nell’affrontare discorsi in questo ambito diventa essenziale. Inoltre parlare di cibo, ad esempio mentre si è a tavola, significa innescare reazioni di chiusura e rabbia, dando vita a discussioni sterili. È auspicabile promuovere l’argomento in un momento diverso, in cui gli stati d’animo (di genitori e interessato) non siano caratterizzati da intensità emotiva.

Evidenziare le condizioni fisiche comporta spesso l’interruzione della comunicazione. Sottolineare le proprie preoccupazione sullo stato del familiare sofferente ed allargare il discorso alla qualità di vita e alle difficoltà che si presentano in vari ambiti sono iniziative che stimolano un contatto più centrato sulla vicinanza e la condivisione.

L’uso di espressioni che possono innescare sensi di colpa o critiche produce reazioni negative, ad esempio di chiusura e vergogna, che si estendono oltre i confini familiari.

Una buona comunicazione deve essere orientata a ridurre il vissuto di incomprensione del soggetto sofferente e a promuovere la sua libertà di espressione. In tal senso, evitare espressioni caratterizzate da giudizio può essere un passaggio cruciale che consente al soggetto di accedere ad una prima consapevolezza del problema.

Quando la persona affetta è maggiorenne, come aiutare?

Dimostrare alla persona interesse, consapevolezza della sua sofferenza e desiderio di voler comprendere meglio questa realtà promuove la presa di coscienza del fatto che da soli non si può risolvere il problema.

Condividere iniziative che riguardano la ricerca di strutture e personale specializzati, fornendo i materiali raccolti, o cercare insieme tali informazioni sono interventi che spesso producono interesse e reazioni positive.

Si può promuovere l’iniziativa, se la persona lo desidera, di recarsi insieme a conoscere le realtà specializzate, sottolineando la propria disponibilità ad essere coinvolti in possibili percorsi di cura o riabilitazione.

La terapia e il ruolo dei genitori nel percorso di cura   

Offre ai genitori uno spazio pensato per accogliere i loro dubbi e colmare l’assenza di informazioni sulla realtà del disturbo alimentare diventa essenziale nel percorso di cura e riabilitazione.

Inoltre si cerca di comprendere quali difficoltà possano essere presenti nella comunicazione all’interno del contesto familiare. Si attivano riflessioni e strategie di intervento che possano permettere il recupero dell’equilibrio nell’intero sistema.

I genitori chiedono di avere sostegno, informazioni, indicazioni su come comportarsi con i propri figli; la loro richiesta è prevalentemente dettata da preoccupazioni inerenti alla salute fisica e dal bisogno di controllare e intervenire sul piano strettamente alimentare.

È evidente che tale situazione crea un disagio significativo all’interno dell’ambito familiare;  per questo motivo è fondamentale che tutti i componenti del nucleo siano coinvolti e resi partecipi.

Si tratta, dunque, di avviare un’operazione di contenimento pedagogico e di promozione di uno spazio di riflessione sul disagio psicologico, partendo dal malessere di chi è affetto da un disturbo alimentare. La logica di questo percorso risponde ad un criterio rieducativo o correttivo di probabili comportamenti presenti nel sistema familiare, oltre a fornire strumenti che possano consentire ai genitori di minimizzare il rischio di colludere con interazioni che innescano la ripetizione e il consolidamento del disturbo alimentare.

Si presenta, dunque, la necessità di attivare un programma di lavoro stabilendo, quando possibile, obbiettivi da raggiungere attraverso percorsi, ora condivisi, ora separati, in un progetto di cura o riabilitazione che veda il coinvolgimento dell’intera equipe multidisciplinare.

L’apertura dello spazio dedicato alle famiglie ha un considerevole effetto di alleggerimento della tensione all’interno del nucleo familiare, non soltanto perché viene offerto un luogo dove le ansie del genitore possono essere espresse e contenute, ma anche perché i figli sono confortati dal fatto che i genitori stessi sono coinvolti.

A cura del Dott. Valerio Galeffi

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