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“Attraverso lo specchio”: i disturbi dell’Immagine Corporea

Negli ultimi decenni, l’interesse nei confronti dell’immagine corporea come dimensione psicologica  è notevolmente aumentato, in particolar modo grazie al progredire di tecniche mediche, che rendono possibili trasformazioni corporee profonde. Il confronto col proprio Sé “allo specchio”, diviene, però, sempre più spesso, nella società moderna, un’esperienza carica di sofferenza.

Sebbene l’origine del disagio non risieda nel corpo, ci si convince che la sua modificazione estetica rappresenti una soluzione a profonde angosce interiori. Il disturbo alimentare, così come la dismorfofobia possono inserirsi in questa ricerca di senso, in cui la possibilità di corrispondere ad un ideale estetico rigido, conformistico ed  irraggiungibile sembra l’unica risposta al dolore psichico.E’ quindi importante riflettere sui processi psicologici alla base del bisogno di migliorare il proprio aspetto, spesso a scapito di un complessivo benessere psicofisico, oltre che interrogarci sul concetto d’ immagine corporea, sulla sua evoluzione nell’arco vitale e  sui disturbi ad essa legati.

Origine del concetto d’immagine corporea e sua definizione

Lo sviluppo delle rappresentazioni corporee costituisce un campo di grande interesse in ambito scientifico. In particolare gli studi relativi alla distorsione dell’immagine corporea hanno preso a svilupparsi negli ultimi decenni grazie anche all’ incremento del ricorso alla chirurgia plastica ed estetica ed all’aumento dei disturbi del comportamento alimentare.

L’interesse scientifico per le rappresentazioni corporee nacque nel XVI° secolo con la prima descrizione dell’arto fantasma da parte del chirurgo Ambroise Parè.[1] In tale epoca si osservò ed iniziò a studiare il fenomeno secondo cui, individui che avevano subito amputazioni a causa di incidenti o per ferite di guerra , continuavano a provare dolore nel punto di amputazione nonostante l’arto non esistesse più. Ciò rimanda al concetto di Homunculus, la raffigurazione cerebrale dei recettori nervosi del nostro corpo a livello corticale, la cui mappatura ha la forma del corpo umano capovolto, rappresentato non in proporzione alla superficie della pelle ma della densità di innervazione sensoriale. Da ciò deriva la persistenza di impulsi a livello cerebrale corrispondente ad arti non più esistenti, per un periodo variabile a seconda degli individui.

Gli studi legati alle rappresentazioni corporee sono rimasti relegati all’ambito medico per molti anni e si sono riferiti al concetto di schema corporeo, elaborato da Bonnier nei primi del ‘900, che implicava una rappresentazione di tipo percettivo del corpo nella sua interezza, in particolar modo relativa alle dimensioni ed al movimento dello stesso nello spazio.

Esso si determina comparando ed integrando a livello corticale le passate esperienze sensoriali (posturali, tattili, cinestesiche ) con le percezioni attuali, così come osservato da Head e Holmes nel 1911. Tale schema è del tutto inconsapevole e si modifica con la crescita fisica e con l’esperienza motoria.  Solo intorno alla metà del secolo scorso Schilder, psicologo e medico statunitense, di origini austriache, introduce il concetto di Immagine Corporea, distinguendolo finalmente da quello di schema corporeo ed inserendo nella sua definizione la dimensione psicologica del vissuto soggettivo emozionale che la rappresentazione del proprio corpo suscita nell’individuo.

Ciò ha reso necessaria la distinzione tra i due concetti poiché in ambito psicopatologico sono più presenti elementi di conflittualità con le proprie immagini corporee mentre lo schema corporeo ha connotazioni prettamente somatiche e neurologiche.

Tornando a Schilder, s’intende per Immagine Corporea: “ Il quadro mentale che ci facciamo del nostro corpo, il modo in cui esso appare a noi stessi”.[2]

L’immagine del corpo include aspetti non tanto percettivo-spaziali (riferibili allo schema corporeo)  bensì emotivi, cognitivi ed affettivi.

Essa è strettamente legata al mondo emotivo interno, alle relazioni con figure significative ed alla storia personale. E’ mutevole nel tempo, si genera e si organizza sul piano sensoriale, immaginario e ideativo. Ha una componente consapevole a differenza dello schema corporeo e può essere parziale , ovvero riferibili a parti del corpo, mentre lo schema è globale.

Gli autori che in ambito psicodinamico hanno fornito un contributo fondamentale allo studio di tale dimensione ed allo sviluppo di problematiche psicopatologiche ad essa legate sono Fischer e Cleveland, che nel 1968, introducono il concetto di “body distortion”[3] (ideando inoltre un test per indagare questa dimensione) collegando la costruzione di una buona immagine corporea ad efficaci ed empatiche cure parentali.

Evoluzione nel ciclo vitale

 Oltre agli studi relativi a quella che Lacan definisce “fase dello specchio”, fase evolutiva in cui il bambino, intorno ai 18 mesi, inizia a riconoscersi ed avere una continuità del Sé a partire dalla propria immagine riflessa nello specchio, possiamo affermare che, nella società occidentale, che utilizza standard di  bellezza, legati alla magrezza ed alla perfezione estetica (nonché alla giovinezza come mito cui riferirsi) una buona percentuale dei bambini manifesta un’ insoddisfazione per il proprio corpo (25%). In particolare già intorno ai sei anni molti bambini esprimono insoddisfazione per il proprio peso e molte bambine temono di ingrassare pur essendo normopeso e sottopeso (Smolack, 1996). I maschietti sembrano vivere il periodo dell’infanzia relativamente meglio rispetto alle coetanee. Per i maschietti l’insoddisfazione è legata più al sentirsi troppo piccoli (nella statura prevalentemente).

I sentimenti riguardanti la propria immagine corporea interiorizzati in infanzia si riflettono nei disturbi in adolescenza ed in età adulta. Già intorno agli 11 anni  i bambini valutano la propria immagine attraverso misure che includono elementi caratteristici del volto, capelli, e aspetto globale. Il peso e la forma fisica divengono sempre più importanti man mano che ci si avvicina all’adolescenza. L’immagine corporea può avere una forte influenza sullo sviluppo psicologico ed interpersonale. Soprattutto tra le ragazze dai 12 ai 17 anni, circa il 40-70% delle ragazze è insoddisfatta del proprio corpo. Il disagio riguarda le parti caratterizzate da maggiore tessuto adiposo di origine ormonale, come  fianchi, pancia, natiche, cosce (Smolack e Levine, 1996).

In più tra il 20 ed il 60% degli adolescenti ricorre ad una dieta, per cui l’insoddisfazione per il proprio aspetto e peso sembra essere divenuta una caratteristica normativa in questa fascia d’età..

L’età puberale con le sue modificazioni corporee di fatto porta le ragazze ad avvicinarsi con  difficoltà all’ideale dominante di forma fisica e ad essere insoddisfatte

Altro elemento che influenza ed è influenzato dall’immagine corporea è l’emergere della sessualità , la formazione della propria identità , l’intensificazione del ruolo legato al genere.

La presenza di un’immagine corporea negativa in adolescenza aumenta il rischio di depressione o lo rafforza in chi già soffre di tale patologia  ed è predittrice di disturbi cronici dell’alimentazione nel futuro. Secondo Smolack, Levine e altri (1996) sono quindi elementi psico-socio-fisiologici a determinare le rappresentazioni corporee in infanzia ed adolescenza, e quindi in età adulta.

Cure parentali “non sufficientemente buone”, influenze culturali che esaltano ideali di bellezza irraggiungibili e temperamento di base insicuro e bisognoso di conferme, possono determinare una profonda insoddisfazione relativa alla propria immagine corporea che può sfociare in un vero e proprio disagio psichico, descritto come dimorfismo corporeo (nel DSM-V)[4],fattore alla base, secondo numerosi autori anche dei disturbi dell’alimentazione.

Immagine corporea negativa e disturbo di dismorfismo corporeo

Con l’espressione “disagi dell’identità corporea “ ci riferiamo a numerose manifestazioni cliniche “accomunate dalla tendenza a far dipendere la stima di sé dal corpo e dall’insoddisfazione per il peso o per le sue forme”(Faccio, 2007). Possiamo utilizzare, come esaustiva la definizione di Thompson(1991) secondo cui s’intende per immagine corporea negativa : “Uno stato di persistente insoddisfazione, preoccupazione e disagio correlati ad un aspetto dell’apparenza nel quale è presente un certo grado di malfunzionamento nelle relazioni affettive e sociali in generale”.

Il problema nasce quando la persona cerca di adattare la reale o presunta diversità fisica all’unica dimensione che vuole coltivare, l’avvenenza (culturalmente determinata), la perfezione fisica o la giovinezza. Parliamo quindi di “dismorfofobia” quando intendiamo una rappresentazione alterata della nostra immagine corporea e del vissuto a essa riferito, così come percepito dall’individuo. Ma tale costrutto non è stato nel tempo univocamente letto e utilizzato.

Il tentativo di definire al meglio questa tipologia tali disturbi diviene ufficiale nella quarta edizione del succitato D.S.M. (pubblicata nel 1994) che propone il più condiviso concetto di disturbo di dismorfismo corporeo , inserito in quest’edizione nel gruppo dei  disturbi somatoformi, sull’asse I. Viene qui evidenziata pari incidenza tra i sessi, poi smentita da varie ricerche e viene definita  in maniera vaga la gravità  clinica che può caratterizzarlo. A ciò va aggiunta  una non ben specificata “eccessiva preoccupazione” per l’ aspetto del proprio corpo in cui l’unico criterio utilizzato è la  compromissione psicologica , socio-relazionale e lavorativa). In tale edizione viene inserito come criterio di esclusione la preoccupazione circa il peso corporeo che a seconda delle caratteristiche che assume  va a definire l’anoressia nervosa o la bulimia nervosa. Pur con numerosi limiti si tratta di un importante tentativo di sistematizzare un costrutto psicopatologico a lungo trascurato dalla ricerca clinica. L’impostazione che esclude i disturbi alimentari verrà mantenuta anche nel D.S.M.-V che invece inserirà il dismorfismo corporeo nei disturbi di natura ossessiva.

Secondo il DSM V (Manuale Statistico Diagnostico dei Disturbi Mentali dell’American Psychiatric Association, 2014) tale disturbo viene maggiormente definito e quindi meglio descritto come caratterizzato da:

  1. Preoccupazione per uno o più difetti o imperfezioni percepiti nell’aspetto fisico che non sono osservabili o appaiono agli altri in modo lieve.
  2. Presentazione durante il decorso del disturbo di comportamenti ripetitivi (body checking, guardarsi allo specchio, curarsi eccessivamente , stuzzicarsi la pelle ricercare rassicurazioni ) o azioni mentali quali confrontare costantemente il proprio aspetto con quello degli altri, in risposta a preoccupazioni legate all’aspetto.
  3. La preoccupazione causa disagio clinicamente significativo o compromissione in ambito sociale lavorativo o altre aree importanti. (evitamento).
  4. La preoccupazione legata all’aspetto non è meglio giustificata da preoccupazioni legate al grasso corporeo o al peso in un individuo i cui sintomi soddisfano i criteri diagnostici per un disturbo alimentare.

Si invita a valutare la dismorfia muscolare ed il livello di  insight .

Le esclusioni dei disturbi del comportamento alimentare da quelli d’immagine corporea sono state un po’ criticate da numerosi studiosi che attribuiscono al costrutto d’immagine corporea una centralità nella genesi dei disturbi alimentari. Molti lo considerano il cuore di tali disturbi (Rezzonico e Strepparava, 1998).

La prima autrice a parlare di dimorfismo corporeo come il più importante criterio diagnostico e prognostico per i disturbi alimentari ed in particolare per l’anoressia nervosa è stata Hilde Bruch (1962).

A partire dai suoi scritti molti sono stati gli studi sull’inadeguatezza dell’immagine corporea e sui fattori che la determinano. Di fatto in molti sottolineano che può esistere un dimorfismo corporeo senza la presenza di un disturbo alimentare ma mai il contrario.

Oltre ai succitati studi classici di Fischer e Cleveland del 1968 che evidenziavano nell’assenza di empatia, nella discordanza della risposta e nell’invadenza dei care –giver la causa di una possibile distorsione dell’immagine corporea, altri autori hanno formulato ipotesi su come essa si possa modificare negativamente fino a generare forme di patologia conclamate .

Tali ipotesi pongono il dismorfismo alla base dei disturbi alimentari stessi. Ricordiamo che classicamente M. Selvini Palazzoli (1981) descrive il sentimento in cui il corpo nutrito diviene minaccioso , torturatore, per cui va tenuto a  bada, mentre per H. Bruch è la relazione materna disturbata a generare la dispercezione.  La madre si occupa del figlio in funzione dei propri bisogni ,anziché di quelli della bambino. Il corpo viene esperito come prolungamento di quello materno, appartiene ai genitori non a se stesso. Sottoporlo a disciplina estrema è l’unico modo per impossessarsene davvero. Secondo Bruch il meccanismo patogenetico che accomuna l’anoressia e l’obesità è l’assenza o la  perdita di risposte adeguate che i genitori danno ai segnali attraverso cui il bambino manifesta i propri bisogni. Il figlio quindi manca di una precisa padronanza dei limiti del proprio Sé , non è in grado di differenziare sensazioni corporee da tensioni emotive manifestando un difetto nell’apprendimento primario (ciò concorda con Fischer e Cleveland).

Secondo la Selvini Palazzoli la dispercezione deriva dal non aver acquisito un’identità corporea definita. La coscienza corporea normale così intesa da tale autrice è misura dell’avvenuta differenziazione e della raggiunta autonomia sensoriale e regolativa dell’individuo dai care-giver.

Tali studi hanno trovato conferma in quelli più recenti (Rezzonico e Strepparava, 1998) che si sono estesi all’ambito percettivo–sensoriale e psicosociale,dove il dimorfismo viene ormai considerato un disturbo culturale, etnico, tipico dell’occidente e dei paesi che si occidentalizzano.

Le riflessioni sin qui esposte si propongono quindi di suscitare in  chi opera in  ambito psicologico- clinico un’ attenzione particolare  rivolta a  tale dimensione, al fine di comprendere con maggiore profondità il disagio del paziente che utilizza il corpo come teatro del proprio dolore e di creare insieme a quest’ultimo una consapevolezza maggiore del Sé corporeo stesso, così profondamente influenzato da fattori culturali e personali, che il paziente può elaborare e cui può dare nuovi e più sani significati.

Autrice:

Dott.ssa Eleonora Carotenuto (psicoterapeuta ABA Roma)

 

Bibliografia

  • Caligor E., Kernberg O.F., Clarkin J.F. (2012), Patologie della personalità  di alto livello, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Daniele M., Pinto M., Manna V. (2016), Il cibo come droga, Alpes Italia, Roma.
  • Faccio E. (2007), Le identità corporee: quando l’immagine di sé fa star male, Giunti Editore, Milano.
  • Lemma A. (2011), Sotto la pelle: psicoanalisi delle modificazioni corporee, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Kernberg O.F. (2006), Narcisismo, aggressività e autodistruttività nella relazione terapeutica,  Raffaello Cortina Editore , Milano.
  • Jeammet P. (2006), Anoressia e Bulimia. I paradossi dell’adolescenza interpretati da un grande psicanalista francese, Franco Angeli, Milano.
  • Semi A.A. (2007), Il narcisismo, Il Mulino, Bologna.

[1] Da: Faccio E. , (2007),“Le identità corporee: quando l’immagine di sé fa star male”. Giunti Editore, Milano.

[2] Schilder P. (1950), The image and the appearance of human body, International University Press, New York.

[3] Fischer S. , Cleveland S.E. (1968) Body image and Personality, Dover Press, New York.

[4] Manuale Statistico -diagnostico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association, 1994.

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