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I gruppi di sostegno per i genitori

Intervista alla Dott.ssa Lilli Romeo, Psicoterapeuta Psicoanalista di gruppo e membro associato dell’Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo (IIPG). In ABA, svolge da anni percorsi psicoterapeutici e di sostegno con genitori di pazienti affetti da disturbi dell’alimentazione.

 

Quali sono, secondo lei, i motivi per cui degli incontri di gruppo possono essere utili ai genitori o ai familiari di chi affronta situazioni di disagio come quelle determinate dai disturbi dell’alimentazione?

 

Consideriamo il lavoro con i genitori e/o con i familiari di un paziente affetto da disturbo dell’alimentazione di particolare rilevanza, naturalmente là dove questi possano essere coinvolti nel progetto terapeutico del figlio (o del coniuge), perché gli stessi ne facciano richiesta e ne condividano la partecipazione.

Mi soffermo in particolare sul ruolo dei genitori nella cura dei pazienti affetti dai disturbi dell’alimentazione. Ove non vi sia una richiesta diretta da parte di questi ultimi, i quali peraltro spesso per primi si rivolgono al nostro Centro per chiedere aiuto per i loro figli (e non solo nel caso di figli adolescenti) è nostra cura far conoscere loro questa opportunità, fin dai primi contatti.

Nella nostra esperienza, la partecipazione dei genitori, si rivela, durante il percorso di cura, una risorsa di primaria importanza… indispensabile, direi. Bisogna innanzitutto tener presente che i genitori sono “vittime” del disturbo alimentare, tanto quanto i figli, pertanto hanno loro stessi bisogno – oltre che diritto –  di essere, coinvolti, sostenuti e aiutati nei loro dubbi, nelle loro ansie, spesso anche per i sentimenti di colpa e di inadeguatezza che accompagnano l’insorgenza e lo sviluppo di quella che è una malattia, che come tale deve essere riconosciuta e trattata, e la cui gestione è molto difficile.

Inoltre, nel tempo, possono intervenire delle dinamiche familiari le quali, nonostante gli sforzi orientati ad aiutare il figlio/a, più che facilitare la risoluzione del problema tendono a mantenerlo. Si tratta di situazioni in cui in famiglia l’emotività viene espressa in maniera molto intensa (i momenti critici sono, ad esempio, quelli dei pasti o della loro preparazione che per questi pazienti, segue spesso dei modelli rigidamente ritualizzati), oppure non viene espressa. La comunicazione può essere scarsa o non bene orientata, per cui i genitori, nel desiderio di aiutare il figlio e risolvere presto il problema, tendono ad essere direttivi, a stimolarlo a nutrirsi o a seguire un’alimentazione più regolata. Tendono dunque a parlare più che ascoltare i suoi bisogni, spostano l’attenzione prevalentemente sullo specifico disturbo, perdendo di vista le altre possibili situazioni di vita le quali pure possono avere un ruolo importante nell’eziologia e nel persistere del disturbo.  Questi aspetti confermano e sostengono l’utilità del loro coinvolgimento.

Lo spazio di elezione è, senz’altro, il lavoro con il gruppo di genitori, che consideriamo l’indicazione primaria per la domanda che di solito gli stessi rivolgono al Centro: in che modo possiamo partecipare al processo di cura di nostro/a figlio/a? Come possiamo aiutarlo a stare meglio? Cosa è giusto fare in questo o in quel caso, o cosa non è giusto fare?  Sono un genitore adeguato se mi comporto così?”

E’ raro che i genitori giungano al Centro portando una richiesta di aiuto personale o per la coppia in quanto tale, sebbene, a volte, una tale motivazione possa svilupparsi nel corso dei primi colloqui, o anche durante il lavoro di gruppo. E’ nostra cura tuttavia valutare ogni situazione fin dalle prime fasi di progettazione dell’intervento così come nel corso della sua evoluzione, proponendo di volta in volta e scegliendo, insieme ai genitori, il setting agli stessi più idoneo.

Il lavoro di gruppo offre ai genitori la possibilità di trovare risposte alle loro domande e, soprattutto, di ripercorrere consapevolmente, attraverso un cammino condiviso con chi vive lo stesso problema, le dinamiche della patologia dei figli partendo da uno sguardo genitoriale. Il gruppo in sostanza si offre ai partecipanti quale luogo di confronto e occasione preziosa per poter condividere i vissuti relativi ad un problema comune; mettere a confronto i propri atteggiamenti e comportamenti nei confronti del disturbo e dei comportamenti del figlio con quelli di altri genitori, le  emozioni suscitate dal problema, i dubbi e interrogativi sullo stesso, sui propri atteggiamenti e comportamenti.

 

In che modo il lavoro di gruppo con  i familiari può promuovere un aiuto significativo anche ai pazienti?

 

Lo fa attraverso l’aiuto che offre in primis ai genitori. Il gruppo garantisce, tra l’altro,  sostegno emozionale, condivisione, processi identificativi, contenimento e supporto soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà.  

Nel confronto e nello scambio di emozioni e pensieri, favorisce l’emergere e l’attribuzione di significati nuovi e attenzioni diverse, sia verso il sintomo – rispetto ai fattori che possono aver contribuito alla sua insorgenza e alla sua evoluzione – sia verso i comportamenti del figlio e le sue risposte. Può consentire inoltre di superare  le tendenze all’isolamento sociale – favorito dai sentimenti di vergogna e colpa –; di superare i sentimenti di inadeguatezza rispetto alle proprie funzioni genitoriali e recuperare le capacità messe in crisi dall’insorgenza della patologia.   In questo modo, nel tempo, le esperienze emozionali saranno per i genitori sempre più risanate, tollerabili e gestibili; la realtà, propria e dei figli, sarà più comprensibile e sarà più semplice orientare l’emozionalità , la comunicazione, i comportamenti in modo funzionale ai bisogni di questi ultimi, anche con un’opportuna (ri)definizione dei ruoli genitoriali, delle funzioni paterna e materna.

Come possono svolgersi gli incontri di gruppo rivolti ai genitori e per cosa si caratterizzano?

 

Gli incontri di gruppo per i genitori sono uno spazio nel quale ognuno può esprimere liberamente i propri vissuti e le proprie emozioni (anche le più negative di rabbia, frustrazione, vergogna, dolore), mettere in discussione i propri comportamenti, senza sentirsi giudicato e/o biasimato, ma piuttosto in un clima di condivisione, rispecchiamento e sostegno reciproco.

Possiamo dire che un gruppo di questo genere non può essere definito un gruppo psicoterapeutico in senso specifico, non solo per il setting che lo caratterizza (la frequenza quindicinale e non settimanale, per esempio), ma soprattutto perché lo scopo per il quale i genitori accettano di partecipare, la domanda e l’aspettativa che accompagna la loro adesione (o comunque la richiesta di aiuto al Centro), non è tanto quella di affrontare e risolvere problematiche di natura individuale o attinenti alla relazione di coppia, quanto piuttosto di trovare un aiuto e un sostegno nell’affrontare lo specifico problema del figlio e dare in proprio contributo  per il successo del progetto terapeutico rivolto a quest’ultimo.

Il gruppo è tenuto da una terapeuta diversa da quella che segue il figlio/a, questo per evitare ogni sorta di possibile interferenza e favorire quel processo di individuazione del figlio, il cui difetto evolutivo costituisce uno dei nuclei centrali del disturbo. E’ aperto nel senso che i partecipanti escono a conclusione del loro percorso ma nuovi genitori possono entrare durante il percorso, ha una frequenza quindicinale e la durata di un’ora e trenta ed, infine, prevede la regola della riservatezza sui contenuti portati dai partecipanti.

Nel gruppo ogni sforzo individuale volto a risolvere un proprio problema diventa contemporaneamente uno sforzo per risolvere un problema comune. Condividendo uno stesso problema l’aiuto ricevuto assume maggiore efficacia e significato.

Spesso la scelta di usufruire di uno spazio di sostegno genitoriale o familiare è carica di aspettative e, talvolta, paure. Che messaggio vorrebbe lasciare a coloro che pensano di intraprendere questo percorso?

 

E’ vero, le ansie che accompagnano i genitori che si rivolgono al nostro Centro per chiedere aiuto spesso sono intense e le più frequenti riguardano la preoccupazione del giudizio, i sentimenti di colpa e inadeguatezza o, più specificamente, la paura che tali sentimenti trovino conferma nelle parole del terapeuta con il quale si fanno i colloqui o, ancora, in quanto potrà emergere durante il lavoro (sia esso di coppia, individuale o di gruppo) fatto insieme.

I fattori causali ed eziologici dei disturbi dell’alimentazione sono molteplici: ambientali, genetici, psicologici e psicodinamici, tra loro correlati, e non vanno pertanto individuati specificamente nella loro funzione genitoriale o nel fatto che qualcuno di loro possa avere avuto lo stesso problema. Non vanno trascurati, tra le altre cose, per esempio, gli aspetti caratteriali e di personalità di coloro che ne soffrono, o i modelli culturali di riferimento. E’ importante inoltre sapere che, se è vero che il disturbo alimentare non è un problema da sottovalutare, poiché nei casi più gravi mette a rischio la vita della persona che ne è affetta, è altrettanto vero che decenni di esperienze e pratiche terapeutiche del nostro Centro dimostrano che si tratta di un problema che può essere affrontato e da cui, in gran parte dei casi, si può guarire.

E’ importante pertanto affidarsi a centri specializzati, nei quali vengano praticati interventi integrati che vedano il coinvolgimento di équipe professionali specializzate e l’utilizzo di modelli terapeutici e setting di cura, ove necessario multipli (terapia individuale, di gruppo, gruppo di genitori), anch’essi  appropriati ad ogni specifico caso.

 

A cura della Dott.ssa Silvia Del Buono

foto genitori

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