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I gruppi terapeutici in ABA

Nel 1990 Fabiola De Clercq pubblica Tutto il pane del mondo, il primo di numerosi libri autobiografici, in cui racconta della sua lotta con anoressia e bulimia, patologie di cui inizia a soffrire all’età di tredici anni, e dell’esperienza di analisi che l’ha aiutata a prenderne le distanze. Con la pubblicazione di questo libro, è stata dunque la prima a rompere il silenzio su tematiche che in quegli anni emergevano in maniera sempre più insistente, ma delle quali sembrava ancora impossibile parlare apertamente.

A seguito di un’ampia ed inaspettata diffusione del libro, sono moltissime le persone che hanno iniziato a contattare Fabiola, raccontandole di essersi rispecchiati nel suo racconto e nelle sue difficoltà, e le si rivolgevano per chiedere aiuto. Da ciò la decisione di provare a radunare nella propria casa di Roma i lettori, riunendoli in piccoli gruppi. Inizialmente questi  gruppi non si configuravano come gruppi terapeutici, ma l’obiettivo che Fabiola si proponeva era quello di “mettere a disposizione un luogo dove le parole potessero trovare un ascolto” e di far emergere una domanda di cura che conducesse ad intraprendere un percorso di analisi. Solo l’anno successivo, nell’aprile del 1991, viene fondata a Roma la prima sede dell’associazione ABA, dove i piccoli gruppi, inizialmente aventi come unico obiettivo la condivisione della sofferenza ed il supporto reciproco, diventano dei veri e propri gruppi terapeutici ad orientamento analitico. Oltre a ciò, l’associazione viene dotata di un’ un’équipe multidisciplinare composta da professionisti che si occupano dei diversi aspetti del problema, che possa valutare adeguatamente le necessità di ogni paziente, soprattutto in virtù del fatto che questo fenomeno può coprire numerosi altri aspetti patologici, talvolta estremamente gravi. In poco tempo, essendo la prima struttura in Italia ad occuparsi in maniera completa e specifica dei disturbi del comportamento alimentare, questa associazione diventa un punto di riferimento per le persone e le famiglie coinvolte dalla gravità di queste patologie.

Dunque, sin dal momento della sua fondazione, l’ABA ha promosso il gruppo come strumento terapeutico per il trattamento dei disordini alimentari. L’appartenenza al gruppo, infatti, rompe la solitudine e permette a ciascun membro di trovare solidarietà, grazie alla condivisione della propria sofferenza oltre che dei propri sintomi. Questo accade anche perché l’associazione di per sé rappresenta il luogo per eccellenza in cui è possibile uscire da una situazione di isolamento e l’ABA, a differenza di altre realtà analoghe, non è “pensata dall’alto”, ma è nata dall’iniziativa personale di chi ha sofferto delle patologie, su cui si propone di intervenire.

I disturbi del comportamento alimentare possono essere pensati come patologie della solitudine, intesa come vissuto, ma anche come organizzatore della vita di chi ne soffre, che si svolge spesso con poche relazioni affettive significative, che possano costituire un interesse alternativo al rapporto con il sintomo. I pazienti con disturbi alimentari tendono infatti a rifiutare contenuti psichici ed emotivi negativi, cercando in questo modo di anestetizzare la propria sofferenza.

Esiste però uno spazio in cui le emozioni rifiutate e spesso distruttive possono essere riconosciute e di conseguenza trasformate in contenuti elaborati: questo spazio è la terapia di gruppo. Questo è infatti il luogo in cui le emozioni negative, in precedenza confuse ed indifferenziate, possono essere simbolizzate e  riconosciute come appartenenti al soggetto in quanto individuo, e non esclusivamente alla sua esperienza di malattia.

Nella terapia di gruppo le emozioni risultano amplificate ed è consentita la condivisione e l’espressione di un dolore precedentemente negato, che i membri del gruppo possono per la prima volta riconoscere ed imparare a tollerare, attraverso i processi di identificazione e rispecchiamento con gli altri. Coloro che soffrono di disturbi alimentari spesso pensano di essere soli nella sofferenza che si portano dentro e di non poter essere compresi, né di potersi riconoscere in altri individui. Dunque l’identificazione all’interno dei gruppi non si basa soltanto sulla percezione di soffrire tutti di uno stesso disturbo, che presenta gli stessi sintomi, ma anche sulla possibilità di accorgersi che la propria sofferenza non ha a che fare solo con il cibo, ma che vi sono degli aspetti più profondi, talvolta difficili da individuare, che il lavoro terapeutico può aiutare a mettere in risalto.

Molti membri del gruppo propongono inizialmente dei contenuti relativi esclusivamente ad elementi quali il corpo o il peso, per cui il lavoro svolto durante il percorso terapeutico si concentra, soprattutto in una fase iniziale, sulla possibilità di rendere pensabili anche altri aspetti della vita dell’individuo, aiutandolo a spostarsi da un registro mentale centrato esclusivamente sul corpo e consentendogli di accedere a livelli di pensiero a cui la persona stessa aveva in precedenza rinunciato.

Il lavoro terapeutico di gruppo può e deve avvenire, dunque, non sul sintomo, ma soltanto a partire da esso, riconoscendo come il fenomeno clinico del disturbo alimentare si declini diversamente a seconda delle persone e della loro esperienza soggettiva.

Inoltre uno dei risultati più importanti del lavoro terapeutico in gruppo, in particolare nel caso di problematiche alimentari, è la possibilità di uscire da una condizione di isolamento sociale. Il gruppo può infatti essere pensato come una vera e propria “palestra relazionale”, poiché è un contesto protetto con un suo setting specifico, dove l’intimità pur essendo inevitabile, per la prima volta può non essere sentita come pericolosa.

L’uscita da una dimensione di isolamento sociale è descritta come un processo che avviene progressivamente: prima in termini strutturali e concreti, proprio tramite la possibilità di entrare in contatto con altre persone, e poi attraverso un processo interno, che si verifica in maniera più graduale.

Pur determinando di per sé un ampliamento dei contatti sociali, è importante comprendere che il principale ruolo del gruppo non è quello di sostituire il vuoto sociale, ma di aiutare i membri a riflettere sul perché tale vuoto esista e perché vi siano difficoltà anche in altri ambiti della vita.

Il gruppo è quindi una risorsa estremamente importante soprattutto nelle realtà legate alle dipendenze, in cui è centrale la dimensione del vuoto che, nel caso dei disturbi alimentari, coloro che ne soffrono si illudono di poter riempire con il cibo e con il controllo su di esso. In una condizione di vuoto identitario e di conseguenza di vuoto sociale, il gruppo rappresenta il luogo in cui è possibile sperimentare l’incontro con l’altro, reso simile dal sintomo, in cui rispecchiarsi. È in questo luogo che sarà poi possibile, per coloro che ne fanno parte, essere riconosciuti nella propria soggettività e prendere in considerazione l’eventualità di abbandonare il sintomo ed entrare in contatto con le proprie emozioni.

A cura della Dott.ssa Silvia Del Buono

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